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La storia

Già nel Cinquecento si trovavano nell’area case appartenenti ai Mancini, antica famiglia romana, che aveva cappella gentilizia all’Aracoeli e nella basilica dei S. S Apostoli. Alla fine del secolo il palazzo, dal semplice prospetto sul Corso con tre ordini di finestre e un grande portale sovrastato da balconata, si estendeva sulla via solo fino all’angolo con il vicolo del Piombo. La famiglia Mancini aveva acquisito prestigio internazionale attraverso il matrimonio nel 1634 di Lorenzo Mancini con Geronima Mazzarino, sorella del celebre cardinale, primo ministro di Francia sotto la reggenza di Anna d’Austria e i primi anni del regno di Luigi XIV. All’epoca abitava il palazzo Filippo Mancini, Duca di Nevers e nipote del Cardinale Mazzarino, che decise nel 1660 di ricostruire il palazzo incaricando dei lavori Carlo Rainaldi. Il cardinale aveva, infatti, acquistato per 7000 scudi quattro case che sorgevano a nord dell’antico palazzo per estenderne il prospetto per il fronte dell’intero isolato su via del Corso. Il progetto non fu portato a termine per la morte del cardinale (1661) e Filippo Mancini decise, quindi, di abitare durante i soggiorni romani nel Palazzo già Borghese sul Quirinale (oggi Palazzo Rospigliosi Pallavicini). Solo nel 1687 i lavori ripresero sotto la direzione del Rainaldi e si conclusero nel 1689. Il palazzo venne acquistato nel 1725 da Luigi V per farne la sede dell’Accademia di Francia e venne in seguito ceduto al Granduca di Toscana Ludovico di Borbone, in cambio di Villa Medici, nel 1804. Nel 1799 il palazzo era stato occupato dalle armate anglo-napoletane, dopo la capitolazione dei francesi, e il suo arredo era stato disperso tra Napoli e Palazzo Farnese. L’interno, distrutto, era stato reso inabitabile. Nel 1818 il palazzo fu acquistato da Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone e già re d’Olanda, che lo rivendette in seguito a Maria Teresa d’Asburgo Este, regina di Sardegna. Nel 1831 quando la figlia Maria Cristina sposò Ferdinando II delle due Sicilie, il palazzo passò ai Borbone di Napoli. Nel 1853 fu acquistato da Scipione Salviati, passando in seguito agli Aldobrandini e infine nel 1919 fu acquistato dal Banco di Sicilia, che a tutt’oggi ne è proprietario.

La costruzione

Sulla facciata, a due piani e due ammezzati, si aprono al pian terreno finestre architravate e inferriate, un ampio portale centrale, affiancato da due colonne per lato che sostengono una lunga balcone, e in due ingressi minori, ricavati dopo il 1919 dall’ampliamento di due finestre. Al primo piano finestre a timpani alterni triangolari e centinati con decori in rilievo mentre al secondo architravate con fregi floreali e agli ammezzati finestrelle quadrate. A coronamento è posto un monumentale cornicione con mensoloni alternati e putti in rilievo, che reggono festoni, che recano i motivi araldici dei Mancini, i lucci, e di Mazzarino, il fascio littorio e tra cui si aprono le finestrelle del sottotetto. All’interno del palazzo, dall’atrio si accede al monumentale scalone a cinque rampe presso cui si trova un sarcofago strigilato adattato a fontana. Il vano della scala termina con una volta affrescata con un colonnato in prospettiva in cui si affacciano quattro Figure allegoriche, allusive alle virtù della famiglia. Lo studio del presidente dell’Istituto bancario è decorato da un fregio secentesco con Putti e ornati architettonici. Tra le sale monumentali che affacciano sul Corso ricordiamo il Salone Rosso, le cui pareti sono decorate da un fregio dipinto con giochi di putti (XIX sec. ) All’epoca dell’Accademia di Francia la stanza era rivestita di Arazzi di Gobelins e da tele, copie dal Maratta, riproducenti Giochi di putti. La stanza del Vicepresidente dell’istituto creditizio è decorata da frammenti secenteschi di paesaggi classicisti con Storie di Giacobbe, un tempo nelle sale verso vicolo del Piombo, staccati nel corso dei restauri.

Ospiti

Vissero la loro infanzia nel Palazzo del Corso le quattro nipoti del Mazzarino dette le “mazzarinette”, Vittoria, Olimpia, Ortensia e Maria Mancini, prima di trasferirsi a Parigi. Nel Palazzo dimorò Pellegrino Rossi, ministro di Pio IX nel 1848, che lasciato il suo appartamento fu assassinato dal figlio Ciceruacchio mentre si recava alla Cancelleria.

Curiosità

Nel XVII sec. nel palazzo aveva luogo un’intesa vita culturale con le riunioni dell’ “Accademia degli Humoristi”, promossa da Paolo Mancini e sua moglie Vittoria Capocci, di cui facevano parte il Tassoni, Giovan Battista Marino, Guarini e il cardinale Francesco Maria Mancini.

Via del Corso, 270-272 RIONE TREVI

   
   
   
   

 

 

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