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La storia
L'edificio sorge lungo l'antico asse romano, che, forse anticamente porticato, conduceva, e tuttora conduce, all'imbocco di ponte S. Angelo e al Mausoleo di Adriano. La strada, prima dell'apertura con Paolo III Farnese della cosiddetta Zampa d'Oca, con via di Panìco e via Paola, oltre alla via di Tor di Nona - ora scomparsa per la creazione dei muraglioni del Tevere -, era l'unica che immetteva al ponte e quindi al Rione di Borgo. Molto trafficata da viandanti e pellegrini, questa strada e molte altre della zona portano il toponimo di Banco, dalle numerose Banche che sorgevano lugo questi assi privilegiati. Infatti il banchiere e umanista fiorentino Taddeo Gaddi, acquistò nel 1518 da un'altra importante famiglia fiorentina, quella degli Strozzi, alcune case, entro le quali il banchiere senese, Agostino Chigi, tenne il suo primo banco. Dopo qualche anno dalla costruzione dell'attuale palazzo, venne riceduto nuovamente, intorno al 1534, agli Strozzi. Altri proprietari toscani furono, nel Seicento, i marchesi fiorentrini Niccolini, che lo vendettero alla famiglia Amici nella prima metà dell'Ottocento, e da questi passò, agli inizi di questo secolo, alla famiglia Montani.
La costruzione
L'architettura del palazzo presenta alcuni tipici elementi della dimora patrizia cinquecentesca, pur in uno spazio assai esiguo, che penalizza la facciata, rimasta quasi compressa tra l'abitato e le strade. Le strutture preesistenti, appartenute agli Strozzi ed acquistate da Taddeo Gaddi, vennero risistemate per far parte di una fase progettuale più ampia, tesa al recupero delle strutture esistenti e alla realizzazione ex-novo di una nuova costruzione che si potesse integrare con la precedente. Architetto di questa fase fu probabilmente Jacopo Sansovino, attivissimo a Roma in quegli anni con una committenza prettamente formata da connazionali toscani. E' tra il 1518 e il 1520 che si compie questa prima fase, che verrà poi ultimata dopo il passaggio di proprietà agli Strozzi e la partenza per Venezia del Sansovino tra il 1541 e il 1546. Il celebre architetto ha qui realizzato sicuramente una tra le sue opere più interessanti e stimolanti, tese da una parte al recupero delle forme classiche tipiche del Cinquecento, e dall'altra a una fervida sperimentazione di nuove soluzioni. La facciata, come anche per la planimetria, si imposta compositivamente seguendo un rigido asse di simmetria. Il severo prospetto in laterizio è a due piani di finestre più due ammezzati, uno pertinente alle botteghe e l'altro d'interpiano; è ammorsata ai lati da bugne in travertino. Al piano terreno è stato fatto grande ricorso a bugnati, ad incorniciare il grande ed alto portale centinato - modificato da un'architrave del secolo scorso -, e le due aperture architravate delle botteghe che si aprono ai due lati con soprastanti piccole finestre dell'ammezzato. L'architrave di queste ultime è manieristicamente eseguito con una piattabanda a bugne che si innesta - citazione di termini architettonici classici -, sulle bugne del portale. Oltreuna ampia fascia che delimita il piano nobile si aprono tre finestre, con timpani alternativamente classici e a ghiera d'arco. Quella centrale fu modificata nel secolo scrso per permettere l'apertura sul balcone centrale, anch'esso logicamente di quel periodo. Immediatamente sopra le tra finestrelle dell'ammezzato dalle eleganti cornici, e sopra le finestre dal disegno meno impegnativo, del piano secondo. Un cornicione in marmo bianco a grandi mensole venne aggiunto nel secolo scorso. Sulla sinistra della facciata, quando il palazzo fu proprietà della famiglia Amici, venne aggiunto un nuovo corpo, più basso, e caratterizzato dalla presenza di una grande serliana. Dal portale, attraverso un lungo e alto androne d'accesso con una spettacolare inquadratura prospettica, si arriva al cortile, di pianta quadrata e porticato solo sui due lati paralleli alla facciata. Le pareti sono scandite armonicamente da lesene doriche al piano terreno e ioniche al piano superiore. Il primo ordine di lesene delinea tre arcate per lato; come detto, quelle sul lato d'ingresso e quelle dirimpettaie, sono aperte e porticate, mentre queste sono cieche, ma ornate da nicchie con bugne ad arco a raggiera e sorrette da erme e telamoni in stucco, entro le quali si stagliano alcune sculture. Sopra la trabeazione, sorretta dalle lesene, si imposta il piano nobile, con finestre architravate in travertino e finestre del mezzanini. Notevole è la sperimentazione adottata nel grande fregio sommitale, dove oltra alle apertura delle finestre dell'ultimo ammezzato, compaiono ottimi lavori a stucco, con festoni e maschere. Dal lato sinistro dell'ingresso si giunge alla scala, mentre, in fondo e in asse con il portale, si apre un secondo cortile, molto meno degno di nota del precedente, con un loggiato ad arcate e sotto una nicchia che conteneva un gruppo scultoreo, forse quello ricordato nel XVIII secolo, raffigurante Marte e Venere.
Le Curiosità
All'angolo di via di Monserrato con via dei Farnesi compare una bella edicola mariana raffigurante la Madonna col Bambino e S. Filippo Neri. E' da ricordare che per molti anni, S. Filippo dimorò in una cameretta del convento della vicina chiesa di S.Girolamo.
Gli ospiti
Come si nota nel portico, vi sono due busti di celebri personaggi: Jacopo Sansovino, architetto del palazzo, e Annibal Caro, segretario di Monsignor Giovanni Gaddi. Molti altri furono gli ospiti illustri del palazzo, per lo più artisti: si ricorda Michelangelo che vi abitò per due anni, dal 1544 al 1546 e che da qui pare ideò la Girandola di Castel S. Angelo e Benvenuto Cellini.
Palazzo Gaddi
Via del Banco di Santo Spirito, 42
Rione Ponte

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