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La storia
Con i suoi quasi 8 secoli di storia palazzo Taverna costituisce una delle più importanti testimonianze storiche, artistiche ed architettoniche di Roma, dal Medioevo all’Ottocento. Il Palazzo Taverna sorge in via di Monte Giordano, tra Piazza Navona e Castel S. Angelo, all’interno della cosiddetta Ansa del Tevere, centro di potere per la vicinanza al Vaticano, per la presenza delle tante banche che sorgevano nell’area e per le importanti arterie urbane di scorrimento del Pellegrini, da via dei Coronari alla via del Pellegrino. Il nucleo più antico dell’edificio venne eretto, secondo i documenti, nel XII secolo da Giovanni di Concione da Riano; altri testi citano la presenza della famiglia Stefaneschi quale proprietaria di una torre Maggiore sempre nella stessa area. La presenza della famiglia Orsini è databile al 1286 e in un atto notarile con data 1328 si parla del luogo quale Mons Ursinorum. Nel 1688, dopo cinque secoli, Flavio Orsini, ultimo duca di Bracciano, a causa delle pessime finanze, sarà costretto a vendere l’intero palazzo alla famiglia Gabrielli di Regola. Il 1888 è l’anno della vendita del palazzo ai conti Taverna di Milano che, fino ai nostri giorni, non hanno apportato sostanziali modifiche al complesso edilizio di Monte Giordano.
La costruzione
La creazione di un palazzo–fortilizio si deve a Giordano Orsini, senatore di Roma nel 1341, figlio di Porcello di Matteo Rosso e nipote di papa Nicolò III. La mole di questo vasto complesso edilizio doveva essere impressionante al punto da essere citata da Dante nell'Inferno (XVIII,99). Anticamente, come ricostruito graficamente dallo storico tedesco Richard Krautheimer sulla base di descrizioni storiche e rappresentazioni grafiche del passato, doveva trattarsi in effetti di un vero fortilizio, con le appendici tipologiche dell’architettura militare consone di un fortilizio, munito dunque di torri, mura di cinta, spalti, merlature, corte d’armi. La posizione di poco sopraelevata rispetto al resto del pianoro circostante era dovuta per alcuni alle preesistenze di un antico antiteatro romano, quello di Statilio Tauro, mentre per altri invece, spiegazione più plausibile, per un rialzo dovuto ai depositi plurisecolari dei detriti lasciati dal Tevere dopo le numerose alluvioni. Il palazzo fu per cinque secoli centro della famiglia Orsini, con i vari rami del casato di Montelibretti, Bracciano, Pitigliano, Sovana, Gravina etc. che lo dotarono, come descritto dal Petrarca, di ogni commodità. Nella prima metà del Cinquecento venne chiamato Baldassarre Peruzzi, pittore e architetto senese, impegnato a Roma nell’edificazione del palazzo Fabi-Savelli sul teatro di Marcello, nella ristrutturazione del vecchio palazzo Massimo poi detto alle Colonne e negli affrescgi di sant’Onofrio al Gianicolo e di santa Maria della Pace. A lui si dovrebbe la ristrutturazione della facciata su via di Montegiordano e via di Panico con il caratteristico arcone d’ingresso alla grande corte. Difficile invece formulare un'attribuzione univoca per quanto concerne la progettazione dell’intero organismo architettonico, definito dal medioevo fino al Settecento, da un continuo cantiere. Dal 1688, anno del passaggio del palazzo alla famiglia Gabrielli, si ebbe l’unificazione dell’intero edificio, comprese le case attorno al monte in un unico grande complesso architettonico con caratteristiche omogenee, delineando così cinque corpi di fabbrica tra loro identificabili e connessi. Tre sono i cortili che si aprono dietro il grande arcone: il primo a sinistra è certamente quello più antico, del Tre / Quattrocento che reca, oltre a colonne e sarcofagi, una iscrizione "ex olimpo", inerente alla biblioteca che vi era ospitata e ispirata alla logica ficiniana. Notevole nel grande cortile, la bella fontana seicentesca dell’Acqua Vergine, inquadrata dal monumentale arco d'ingresso; la fontana, a sei bacini d'acqua sovrapposti e circondata da magnifiche spalliere vegetali, è opera di Felice Casoni. Datata alla fine dell’Ottocento è invece la torre Augusta che si imposta a meridione dietro l’ala. Si giunge al piano nobile dell’edificio per mezzo di una bella e solenne scala a pozzo quadrato coperta da un lucernaio in ferro-vetro realizzata da Francesco Rust nel 1807. Qui si impostano le due ali dell’edificio, quella ottocentesca a nord con decorazioni neoclassiche ispirate e realizzate da Liborio Cocceti e quella opposta, la più ricca e solenne. Splendide le sale interne che conservano numerose testimonianze ed arredi originali dell'epoca, da dipinti a specchiere, da pavimenti in marmo ad arazzi. Notevoli i numerosi grandi teleri ad olio firmati da Sebastiano Ricci (1659-1734) e G.B. Pittoni (1687-1767) e Roso da Tivoli. Le sale recano superbe decorazioni ad affresco eseguite da Bonaventura Lamberti. Punto focale dell’impianto architettonico del piano nobile architettato dai Gabrielli e la bella sala della fontana, posta esattamente a cavallo del grande arcone d'ingresso, con bei pavimenti in marmo, consolle ed affreschi che ricoprono tutta la superficie della volta.
Gli ospiti
All'interno del palazzo vi dimorarono ambasciatori e cardinali, da Ippolito d'Este che vi ricevette Bernardo e Torquato Tasso al Cardinale Luciano Bonaparte, pronipote di Napoleone, che vi ospitò l'Imperatrice Eugenia e il padre Gioacchino Belli che intratteneva gli ospiti con i suoi sonetti.
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